Rapporto sul Disagio Abitativo a Bergamo



Bergamo 3.5.2013
I dati forniti dal Ministero degli Interni sugli sfratti disposti in Italia nel corso del 2011 segnalano l’acuirsi dell’emergenza abitativa su scala nazionale. La diffusione del fenomeno della precarietà abitativa è in stretta relazione con l’attuale fase di crisi economica, con la crescita conseguente del tasso di disoccupazione e la caduta progressiva del potere di acquisto delle famiglie. Le politiche di austerity adottate dal governo Monti incidono in modo consistente sulla capacità di spesa delle fasce più vulnerabili della popolazione, dove la compressione della spesa pubblica e il ridimensionamento del sistema di welfare hanno inevitabili ricadute dirette sul reddito delle famiglie. L’altro volto dell’attuale fase recessiva corrisponde allora alla crescente difficoltà da parte delle fasce vulnerabili della popolazione a fare fronte all’offerta abitativa di mercato e al costo dei canoni di locazione. 1. Il peso dell’affitto

Secondo Nomisma, in Italia nel 2010 vivevano in affitto 4,7 milioni di famiglie. Tra il 1991 e il 2009, a fronte di una crescita delle disponibilità familiari nell’ordine del 18%, l’incremento dei canoni di mercato nelle aree urbane è risultato addirittura del 105%. L’incidenza della locazione di un’abitazione di 70 metri quadrati sul reddito familiare è così passata dal 10,2% al 17,6%, con un aumento superiore al 74%. Se, con riferimento alla disponibilità media familiare, il livello attuale dei valori immobiliari comporta già evidenti problemi di sostenibilità, la situazione risulta ben più problematica se rapportata alla capacità reddituale delle persone affittuarie. In questo caso, l’incidenza della locazione di un immobile analogo a quello precedentemente descritto è passata dal 12,5% del 1991 al 27,8% del 2009, con un incremento di oltre il 121%. Se la soglia di povertà relativa per un nucleo di due componenti, fissata a 1.011,03 euro, viene posta in relazione al valore dell’affitto medio nelle città italiane misurato da Nomisma, fissato a 630 euro mensili, è facile comprendere come, specialmente nei contesti urbani, per molte famiglie (non solo sotto la soglia di povertà, ma anche a cavallo o immediatamente al di sopra della stessa) i canoni di locazione di mercato possano risultare insostenibili o comunque una voce fissa di spesa preponderante.

2. La popolazione a rischio

L’emergenza abitativa coinvolge soprattutto le famiglie il cui reddito si colloca sotto, a cavallo o immediatamente sopra la soglia di povertà, in particolare persone con meno di 35 anni, giovani coppie senza figli e figlie, famiglie monogenitore e anziani. I dati ISTAT relativi alle famiglie in condizioni di ristrettezze economiche restituiscono, seppure con le debite approssimazioni, la dimensione del problema. Nel 2011 l’11,1% delle famiglie versa in condizione di povertà relativa (per un totale di 8.173.000 persone) e il 5,2% in condizioni di povertà assoluta (3.415.000 persone). L’incidenza della povertà relativa aumenta dal 40,2% al 50,7% per le famiglie senza occupati e dall’8,3% al 9,6% per le famiglie con tutti i componenti ritirati dal lavoro. Tra queste ultime aumenta anche l’incidenza di povertà assoluta (dal 4,5% al 5,5%). La povertà assoluta aumenta tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (dal 4,7% al 5,4%), soprattutto se non ci sono redditi da lavoro e almeno un componente è alla ricerca di occupazione (dall’8,5% al 16,5%). L’incidenza di povertà assoluta cresce anche tra le famiglie con a capo una persona con titoli di studio bassi: famiglie operaie (dal 6,4% al 7,5%), con licenza elementare (dall’8,3% al 9,4%) o di scuola media inferiore (dal 5,1% al 6,2%). Peggiora la condizione delle famiglie con un figlio minore, sia in termini di povertà relativa (dall’11,6% al 13,5%), che di povertà assoluta (dal 3,9% al 5,7%). Va poi osservato che nel contesto italiano, la combinazione di flessibilità del lavoro e assenza di forme universali di sostegno al reddito è un forte fattore disincentivante per l’uscita da casa delle persone giovani. Da questo punto di vista, la peculiarità del welfare italiano, che affida alle famiglie un ruolo fondamentale di ammortizzatore sociale, permette di “nascondere” una quota di povertà (laddove le persone giovani con risorse insufficienti alla sussistenza permangono a lungo presso la famiglia di origine), ma non senza indurre pesanti condizionamenti nei percorsi di vita delle giovani generazioni e ledere così il diritto all’abitare della parte più giovane della popolazione, già gravata da livelli elevati di disoccupazione o occupazione intermittente (basti ricordare a questo proposito che, in Italia, il 35% circa delle persone giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato).

3. L’emergenza degli sfratti
Con l’esplosione della crisi finanziaria del 2008 e la conseguente espansione della quota di popolazione al di sotto della soglia di povertà, il numero degli sfratti per morosità incolpevole in tutto il paese è andato crescendo esponenzialmente, accelerando una tendenza già in atto dall’inizio del decennio. In Italia il numero degli sfratti è cresciuto infatti dai 26.937 del 2001 ai 56.147 del 2010, registrando un incremento addirittura del 108,4%, e nel 2011 il numero di sfratti è cresciuto ulteriormente fino a 63.846. Nel 2011, a livello nazionale gli sfratti per morosità sono stati l’87% circa del totale e in Lombardia la percentuale ha sfiorato il 90%. Nella Provincia di Bergamo, nel 2011, gli sfratti sono aumentati di oltre il 19% rispetto all’anno precedente, con una crescita del 17,47% delle richieste di esecuzione e del 3,66% degli sfratti eseguiti con la forza. Rispetto alla crescita del numero di sfratti la Provincia di Bergamo è seconda solo a quella di Pavia, mentre rispetto al numero delle richieste di esecuzione è seconda solo a quella di Mantova. Sempre a livello provinciale, se nel 2009 il numero degli sfratti è cresciuto della percentuale record del 337% rispetto all’anno precedente, nel 2010 si è registrato un ennesimo aumento del 30%. Una serie di dati allarmanti che, segnalando la crescita delle richieste esecutive e degli sfratti eseguiti, indicano la diffusa difficoltà delle famiglie poste sotto sfratto a reperire una nuova soluzione abitativa. E per il 2012 i dati parziali segnalano un’ulteriore aggravarsi della situazione, con 720 provvedimenti emessi, 1021 richieste di esecuzione e 325 sfratti eseguiti.
4. Gentrification
Nel Comune di Bergamo si osserva un processo di gentrification che spinge in particolare la popolazione giovane a cercare residenza presso l’hinterland a causa del costo non sostenibile di affitti o acquisto della prima casa. Se i dati dimostrano come la crescita del pendolarismo verso la città sia in connessione con questo processo, è facile immaginare anche le ricadute di quest’ultimo sui comuni dell’hinterland interessati, in molti casi sottoposti al rischio di trasformarsi in quartieri “dormitorio”, spogliati di una propria centralità sociale. In controtendenza con questa dinamica, l’area comunale osserva un’espansione progressiva dell’offerta di nuove residenze, edificazioni di recente realizzazione, in corso d’opera o ancora in fase progettuale. L’obiettivo dichiarato nel nuovo PGT è quello di accrescere la popolazione cittadina attraendo nuove popolazioni. Una dinamica che si colloca nel contesto della competizione liberista tra città, che mira ad attrarre investimenti sul territorio, ad accrescere la base fiscale imponibile e rimpinguare le casse comunali attraverso i benefici connessi agli oneri di urbanizzazione. Va sottolineato come la competizione tra città presupponga vincitori e vinti e, in quanto tale, operi nella direzione di una polarizzazione tra popolazioni ricche e popolazioni povere; una dinamica anti-solidale destinata ad accrescere la disuguaglianza sociale anche all’interno di una stessa regione. Se poi il processo di “ripopolamento” della città è posto in relazione alla contestuale fuga dal centro urbano delle famiglie con redditi medio-bassi, e delle giovani coppie in particolare, il quadro che se ne ricava è quello di un avvicendamento tra popolazioni diverse, dove la persistenza di valori al metro quadro elevati riduce l’accessibilità alla città per molte famiglie, facendo dello spazio urbano appannaggio di nuclei familiari con capacità di reddito adeguate all’offerta selettiva del mercato residenziale.
5. L’espansione dell’offerta immobiliare
Le stime presentate nel PGT, pur legate a interventi futuri e quindi passibili di modifiche, chiariscono le dimensioni dell’espansione del mercato immobiliare: i vari ambiti di trasformazione (soprattutto ex aree industriali) ospiteranno strutture residenziali in grado di recepire 6.000 nuovi abitanti teorici, le aree residue del vecchio PGT 2.000, così come le nuove aree di trasformazione e le aree delle cosiddette “istanze accoglibili”, mentre gli ambiti paralleli al PGT (ovvero standard qualitativi e compensazioni) ospiteranno complessi residenziali per altre 4.000 persone. A queste stime virtuali vanno poi aggiunti i principali interventi in corso d’opera, autorizzati prima del 2004: ex Magrini, ex Filati Lastex, Piano di via Daste e Spalenga, ex Flamma, area Pelandi-Gritti, ex Busti e Porta del Parco. È possibile calcolare teoricamente il numero di abitanti potenziali basandosi sull’indicatore stabilito a livello regionale, cioè un abitante per ogni 150 metri cubi di residenziale. Si tratterebbe comunque di una stima per difetto, considerando le tendenze immobiliari e la densità abitativa del Comune di Bergamo. Stando alle cubature degli interventi menzionati, le nuove case saranno in grado di recepire potenzialmente almeno 3.000 abitanti. Poi ci sono le procedure avviate dopo il 2004: le demolizioni nelle aree ex Franchi ed ex Cesalpinia, dove la stima teorica si attesta sulle 400 persone, e le progettazioni con circa 1.800 abitanti teorici fra piani di via Autostrada, via Zanica, ex Sace, Molini Riuniti, Parco Ovest e nuovo Gleno. Si tratterebbe con approssimazione di circa 5.200 abitanti teorici, ma dal calcolo sono esclusi gli interventi frammentati e di piccole dimensioni.
6. Case senza persone e persone senza casa
In termini generali, l’espansione dell’offerta immobiliare nel Comune di Bergamo potrebbe condurre nei prossimi 15 anni ad una disponibilità di alloggi per 16.000 residenti teorici, una disponibilità che andrebbe a sommarsi agli alloggi che oggi restano inutilizzati e che il PGT quantifica nell’ordine di poco meno del 5% del patrimonio immobiliare cittadino complessivo. Se per l’Agenzia del Territorio le case vuote sarebbero oggi oltre 3.000, secondo quanto sostenuto dalla precedente amministrazione il dato potrebbe essere ben superiore, ovvero oltre le 5.000 unità. Una tendenza che si manifesta in modo analogo in tutta la provincia, nutrita dal proliferare di seconde case destinate alla locazione o utilizzate per la villeggiatura di popolazioni extra-territoriali (in particolare nella Valli). L’incognita ingombrante riguarda ora chi abiterà questi alloggi. Secondo uno studio realizzato nel 2011 dal Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano, nell’arco dei prossimi 6 anni il numero di alloggi inutilizzati potrebbe sfiorare nel contesto provinciale la soglia esorbitante delle 62.000 unità, laddove però l’aumento della domanda di edilizia sociale e di edilizia convenzionata da parte delle famiglie non in grado di sostenere economicamente l’offerta di mercato potrebbe condurre ad un allarmante ammanco provinciale di 37.838 appartamenti sociali (di cui 6.341 in città) e 8.676 abitazioni a edilizia convenzionata (di cui 1.707 in città). Una proiezione che appare ancora più negativa se si considera che l’Italia è in fondo alla classifica europea per numero di alloggi pubblici, con una percentuale del 4,5% sul totale del patrimonio immobiliare, che se paragonato alle percentuali a 2 cifre degli altri paesi dell’Unione Europa segnala immediatamente il carattere deficitario dell’offerta residenziale non di mercato.
7. Un’offerta senza domanda?
I dati forniti dall’Osservatorio Immobiliare FIAIP sul mercato bergamasco evidenziano una fase di stagnazione del mercato immobiliare, con un crollo delle transazioni superiore al 9% registrato nel 2011 e un peggioramento della situazione per l’anno in corso. Ad incidere sulla fase di stagnazione, analogamente a quanto accade nel resto di Italia, è certamente la crisi economica, con l’indebolimento della capacità di spesa da parte delle famiglie e la stretta creditizia degli istituti bancari, ma vi sono ragioni strutturali che pesano altrettanto e non possono essere ignorate. Stando ai dati forniti da ISTAT, a livello nazionale, nel 2008 il 68% delle famiglie viveva in alloggi di proprietà e solo il 18,9% in alloggi a regime di locazione. Questo assetto sarebbe correlato a un orientamento specifico delle famiglie italiane, prodotto con buona probabilità della peculiarità del welfare “famigliare” italiano, che fa della casa un “bene rifugio” di primaria importanza. La scelta tra le diverse modalità abitative, posto che nella maggioranza dei casi le famiglie italiane prediligono l’acquisto dell’alloggio, risulta però connessa al livello dei redditi e alla situazione patrimoniale delle famiglie; ciò spiega la maggiore diffusione dell’affitto nelle fasce più vulnerabili della popolazione, nello specifico famiglie a basso reddito o di recente costituzione. Con una certa approssimazione, si potrebbe affermare che, in Italia, chi poteva acquistare una casa l’ha già fatto e chi oggi vive presso un alloggio in locazione, non solo manca delle risorse necessarie per acquistare una casa, ma in molti casi fatica persino a provvedere al pagamento dell’affitto.
8. La logica della speculazione
La continua espansione del mercato immobiliare è frutto di una dinamica speculativa che affida al mercato la regolazione di un settore da cui dipendono trasformazione urbana e prospettive di vita della popolazione. La retorica del recupero del downtown e del ripopolamento del tessuto urbano, sostenuta a Bergamo dalla precedente amministrazione come misura per “ringiovanire” la popolazione creando occasioni di attrattività residenziale per nuclei di nuova formazione, cela nella maggior parte dei casi una logica di rivalutazione fondiaria dettata unicamente dalle opportunità potenziali di ampi margini di plusvalenza connessi al recupero delle aree industriali dismesse (il nuovo PGT rappresenta in questo senso una sorta di “cartina tornasole”). Il fatto che questi progetti siano vincolati all’introduzione di una quota modesta di edilizia sociale o convenzionata non modifica il quadro: gli esiti di tali operazioni immobiliari, se non restituiscono l’immagine di “cattedrali nel deserto”, restano comunque ben distanti dai decantati propositi di “mix sociale” e non arrestano, anzi talvolta alimentano, dinamiche espulsive verso i comuni della cintura. I vincoli stringenti imposti dalla stabilità di bilancio e la progressiva decrescita dei trasferimenti finanziari da parte del governo centrale (dinamica destinata ad inasprirsi in funzione delle politiche di austerity imposte dal governo Monti) indeboliscono certamente le amministrazioni locali di fronte all’iniziativa degli attori economici sul territorio e nel quadro più ampio della competizione tra città, ma gli orientamenti dello sviluppo urbano sono connessi anche al dispiegarsi di meccanismi di governance fondati su relazioni di partnership tra settore pubblico e attori privati che spostano i luoghi delle decisioni di governo e ne opacizzano il funzionamento. Il risultato è che spesso appare assai difficile cogliere l’interesse pubblico in progetti di rivalorizzazione immobiliare in cui, al contrario, il beneficio per gli attori economici coinvolti appare palese.
9. Un fondo per banche e immobiliari
Il fondo immobiliare fortemente sollecitato dalla Lega Nord e di cui Regione Lombardia sta predisponendo l’attivazione sotto la gestione di Finlombardia, ha l’obiettivo di acquisire gli immobili delle imprese di costruzione in difficoltà finanziaria liberando, da un lato, liquidità nel mercato e, dall’altro, alleggerendo i bilanci delle banche. Il fondo, in ottica “sociale”, dovrebbe poi rendere disponibili tali immobili a canone calmierato, in locazione con patto di futura vendita o in cessione a prezzo convenzionato. Ma la funzione principale gioca a vantaggio delle imprese del settore, offrendo ad esse la possibilità di ovviare il mancato introito per le operazioni immobiliari avviate, ovvero di mettere a valore l’invenduto, e degli istituti di credito, che, in cambio della rinegoziazione dei finanziamenti, con allungamento della durata e mantenimento degli spread originari, vedrebbero ridotto il rischio di svalutazione degli investimenti. Il fondo dovrebbe così rispondere alla domanda abitativa teorica di quella parte di popolazione senza i requisiti necessari per accedere all’edilizia residenziale pubblica e senza le risorse per acquistare un immobile sul libero mercato privato, e a questo fine sarebbero predisposti 220 milioni di euro, destinati a crescere fino a 400 con l’acquisizione di ulteriori investimenti di Cassa Depositi e Prestiti e del sistema bancario e finanziario. Se i modesti benefici collettivi di questa operazione ricadranno su una fascia di popolazione assai circoscritta (per lo più incentivata ad indebitarsi per acquistare la prima casa), continuano a latitare le soluzioni per quella quota consistente di popolazione che oggi non può acquistare una casa e per cui il valore dei canoni di locazione è divenuto ormai inaccessibile. La creazione del Fondo Immobiliare è stata sollecitata dalla necessità di ovviare alla stagnazione di un settore che, in provincia di Bergamo, fornisce reddito a migliaia di famiglie; una retorica che, analogamente a quanto accaduto nel ditattio sul destino dello stabilimento ILVA di Taranto, appiattisce il confronto sulla contrapposizione arbitraria tra lavoro e benessere collettivo, aggirando strumentalmente la questione della sostenibilità dell’organizzazione economica e sociale del territorio.
10. Dismissione del patrimonio di edilizia pubblica
L’impulso che attraverso l’attività del Fondo Immobiliare si intende dare alla pratica dell’housing sociale fotografa un orientamento a cui paiono improntate le nuove politiche abitative messe in opera dalle amministrazioni locali (non solo a Bergamo) e che, disimpegnando il settore pubblico, mira al coinvolgimento di attori privati nella gestione della precarietà abitativa. Ciò pare in linea con la più generale progressiva esternalizzazione e privatizzazione delle funzioni di welfare che affida la definizione delle politiche pubbliche a soggetti privati del settore noprofit (e non solo) in ambiti di intervento da cui dipende il benessere della popolazione e la garanzia di diritti fondamentali; un meccanismo destinato a introdurre la logica del mercato nella regolazione del funzionamento dei sistemi di welfare, subordinando l’interesse collettivo alle esigenze di produttività e competitività dei soggetti privati coinvolti. Con specifico riferimento alla questione abitativa, va osservato come l’introduzione e l’espansione dell’housing sociale vada di pari passo al disimpegno verso il patrimonio di edilizia pubblica esistente e alla sua sostanziale dismissione (processo accellerato dalle politiche di austerity). Nel Comune di Bergamo, parallelamente alla vendita di alcuni immobili pubblici, si è assistito negli ultimi quindici anni alla progressiva dismissione “di fatto” del patrimonio di edilizia comunale, dove 204 alloggi restano ad oggi inutilizzati e per buona parte dichiarati inagibili. Il bando comunale appena concluso per l’assegnazione di alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), giunto a distanza di due anni dal precedente in violazione delle disposizioni di legge (che fissano la soglia limite a 12 mesi), ha reso disponibili solo 50 di questi appartamenti a fronte di un numero di famiglie ammesse al bando, e per tanto aventi diritto, che supera le 900 unità. Ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, l’offerta ERP del Comune di Bergamo provvederà al bisogno abitativo del 7% delle famiglie aventi diritto, un dato peggiore rispetto a quello, pur gravemente deficitario, dei precedenti bandi (che soddisfavano non più del 10% del fabbisogno). Va osservato che tale situazione si configura come fortemente lesiva di un diritto fondamentale come quello alla casa, penalizzando una quota crescente di popolazione che resta esclusa quasi totalmente dall’offerta di housing sociale, per cui l’acquisto di un immobile resta una soluzione impraticabile e la cui condizione di grave vulnerabilità economica è esacerbata dall’attuale fase di crisi economica. Questa condizione però non sembrerebbe dettata esclusivamente da una limitata disponibilità di risorse. A fronte di un quadro allarmante di diffusa precarietà abitativa e insufficiente disponibilità di alloggi ERP, l’attuale amministrazione ha deciso di ridurre dal 20% al 10% la quota di edilizia sociale obbligatoria nei piani di trasformazione urbanistica; una scelta destinata a limitare ulteriormente in prospettiva la capacità pubblica di intervento in questo ambito. Coerente con questo orientamento, anche la decisione dell’amministrazione di rinunciare, in cambio di un corrispettivo economico, alla quota di edilizia sociale concordata con la società “Broseta Due” per il nuovo complesso di via Fantoni, nell’area ex Cisalpina. Se la quota di alloggi avrebbero rimpolpato il patrimonio di edilizia sociale comunale, la loro cessione è vincolata all’affidamento temporaneo degli stessi a una cooperativa sociale che opera per un servizio dedicato ai malati psichici accreditato dalla Regione Lombardia. Una soluzione che riconferma dunque l’orientamento dell’amministrazione verso l’esternalizzazione nella gestione delle politiche abitative.
11. Housing sociale “bipartisan”
La propensione verso programmi di housing sociale ed esternalizzazione delle politiche abitative è comunque una tendenza che l’attuale amministrazione di centro-destra condivide con la precedente di centro-sinistra. In questo quadro, infatti, vanno collocati anche i 16 nuovi alloggi di via Grumello, nel quartiere di Grumello al Piano, realizzati con i 554.000 euro dell’accordo del 2007, sottoscritto da Comune di Bergamo, Regione Lombardia e Casa Amica, che affida a quest’ultima la gestione per i prossimi 30 anni di 10 alloggi a canone moderato e 6 a locazione temporanea. Analogo discorso può essere fatto per il nuovo complesso di via Morali, dove Fondazione Mia realizzerà, in base al programma del Contratto di Quartiere di Grumello al Piano, 18 nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica: 9 in locazione temporaneae 9 in locazione a canone moderato, per 25 anni. In cambio, il Comune di Bergamo si è impegnato a cedere alla Fondazione Mia la proprietà dell’area di via Morali, il cui intervento darà spazio anche a esercizi di natura commerciale. È necessario sottolineare a questo riguardo come, analogamente agli alloggi di via Fantoni, gli immobili vengono affidati ad organizzazioni noprofit e sottratti in questo modo ai criteri di assegnazione della graduatoria ERP. Il nuovo assetto di cui questi progetti sono espressione rimanda ad una modalità di intervento sociale “residuale” (ovvero circoscritto in via privilegiata alla cosiddetta “marginalità sociale”) e ad una logica di “presa in carico” ben distante dai propositi, pur parziali e insufficienti, di natura redistributiva e riequilibrativa a cui le politiche pubbliche erano state improntate nella seconda metà del XX secolo. Insomma, la “gestione” delle situazioni di precarietà abitativa viene affidata a soggetti terzi del mondo della cooperazione sociale o, come nel caso della Fondazione Mia, addirittura ad enti caritatevoli, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica viene progressivamente dismesso e alienato, riducendone in prospettiva la capacità di limitare le distorsioni speculative del mercato immobiliare e le ricadute drammatiche delle stesse sulle fasce più vulnerabili della popolazione.td>
12. Quartieri di scarico e separazione
L’allocazione dei nuovi complessi di housing sociale presso il quartiere di Grumello al Piano è in linea con questo orientamento. La funzione di scarico dei problemi urbani che questo quartiere riveste (anche se in maniera non esclusiva) a partire dagli anni sessanta è confermata dallo specifico sviluppo immobiliare che in esso ha avuto luogo. Ad oggi circa il 52% della popolazione di Grumello al Piano risiede presso alloggi ERP, in conseguenza di una concentrazione di edilizia pubblica percentualmente superiore a qualunque altro quartiere della città (nell’intero Comune di Bergamo vive in alloggi ERP il 7% della popolazione). La logica endogena di cui la composizione sociale del quartiere è prodotto si riflette immediatamente su alcuni indicatori significativi, quali tasso di disoccupazione e grado di scolarizzazione. Ben lungi dalla retorica del mix sociale, il processo di concentrazione di edilizia pubblica che interessa Grumello al Piano (così come altre aree periferiche urbane), e che la collocazione di nuovi complessi di housing sociale alimenta, risponde ad una logica di separazione spaziale e sociale destinata a produrre svantaggio sistematico se non vera e propria segregazione (la percentuale di migranti residenti a Grumello al Piano, significativamente superiore a qualunque altro quartiere residenziale della città, è un’evidenza assai eloquente). Dall’altro lato il processo in questione, pianificato o meno che sia, appare conciliante con le esigenze di sistema del mercato immobiliare su scala cittadina e, in questo senso, opera favorendone la dinamica speculativa (con le ricadute distorsive ed espulsive ad essa associate).
13. Diritto alla casa e cittadinanza
È un dato assodato che l’esistenza stessa del patrimonio di edilizia pubblica, in rapporto alla sua ampiezza, alla dimensione e alla distribuzione spaziale, opera in maniera contenitiva sul valore degli immobili di mercato. Il declino di questo patrimonio e, più in generale, delle funzioni pubbliche di regolazione invocano oggi nuove soluzioni che in molte città hanno trovato un campo di sperimentazione attraverso dinamiche conflittuali di ricomposizione spontanea, organizzazione dal basso e riappropriazione. Se la complessità sociale del tessuto urbano non collima con le esigenze di carattere speculativo degli attori economici di settore, è altrettanto vero che questa dinamica contrasta le spinte espulsive connesse alla speculazione immobiliare. In questo senso, una composizione sociale più complessa e variegata corrisponde alle legittime aspettative di vivibilità e sostenibilità che qualificano il diritto all’abitare nel contesto urbano; ciò fa di essa un ambito di contesa. Tutt’altra cosa rispetto alle tensioni sottostanti a politiche securitarie e pretesi standard di decoro urbano che, come nel caso del civico 33 di via Quarenghi a Bergamo (dove il progetto di collocare 44 alloggi comunali è stato affossato dall’attuale amministrazione), appaiono più finalizzati a ridurre la complessità del tessuto sociale e contrastare l’espansione dell’edilizia pubblica in aree non periferiche che a garantire la vivibilità del territorio. Il diffuso inutilizzo di appartamenti comunali collocati nel borgo di città alta, nel centro storico e in aree semi-centrali ricade favorevolmente sugli investimenti nel ramo immobiliare, non senza il favore di piccoli e grandi prioprietari, ma penalizza fortemente non solo chi sperimenta condizioni di precarietà abitativa, ma anche tutte quelle famiglie di reddito medio-basso che abitano la città e vedono costantemente erosa la loro capacità di fare fronte a canone di locazione e costo della vita. Se nel contesto dei paesi a capitalismo avanzato la città assume una posizione centrale in termini non solo di produzione di valore economico ma anche come luogo della riproduzione sociale, in grado di fornire servizi, opportunità e risorse economiche, sociali e culturali di cui i suoi interstizi, le aree marginali e i territori periferici non sono dotati (o lo sono in misura ridotta), allora dal grado di accessibilità della città dipende l’accesso ad una piena cittadinanza e ai diritti fondamentali ad essa connessi. Ciò lega indissolubilmente la questione abitativa alla trasformazione del territorio; per questo, il diritto alla casa corrisponde ad una riconfigurazione radicale dello spazio urbano che non può prescindere dalle persone che vi abitano e che inevitabilmente si pone in antitesi alle esigenze speculative del marcato finanziario e del settore immobiliare quale sua diretta propagine e ricaduta materiale.




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